Il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0
Prologo
Redatto in forma collettiva e cooperativa dai partecipanti del Mellon Seminar della UCLA nel corso del 2009, il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0 ambisce a definire – o ri/definire – connotati delle discipline umanistiche nell’era del Web 2.0. I suo padri spirituali e principali promotori sono Todd Presner (UCLA) e Jeffrey Schnapp (Stanford University), a cui si aggiungono Peter Lunenfeld e Johanna Drucker. I ventisei punti della versione originale sono diventati cinquanta nella seconda incarnazione. L’obiettivo chiave di questo documento – una vera e propria chiamata alle armi – è ripensare il ruolo e la funzione dell’università in una fase di portentosa trasformazione dei mezzi di comunicazione e delle dinamiche di apprendimento e insegnamento. Duellanti lo pubblica in esclusiva per l’Italia. Con una sola raccomandazione: leggetelo attentamente, remixatelo, diffondetelo, infilatelo nella casella della posta dei vostri professori universitari che non rispondono mai agli email e non si fanno mai trovare e che non sanno nemmeno aggiornare una pagina web. La rivoluzione non sara tramessa in televisione perché la televisione è finita. La rivoluzione siete voi che leggete. La rivoluzione siete voi che desiderate un’università degna di un paese moderno. La rivoluzione siete voi che non siete ancora fuggiti all’estero. La rivoluzione siete voi che ci credete ancora. Buona lettura.
(traduzione di Matteo Bittanti, documento originale in inglese: Download The Digital Humanities Manifesto 2.0 )
Questo documento è stato pubblicato, in due parti, sulla rivista Duellanti diretta da Gianni Canova (settembre e ottobre 2009)
Un manifesto sui manifesti
Volantino letterale, il manifesto si manifesta. Il suo manus è insieme un richiamo richiesta e una respinta. È una mano che si muove senza sosta per predicare, insegnare, imporre o stravolgere la legge. Poco importa se il medium in gioco è la voce, il corpo, la pagina scritta o lo schermo di pixel. Cose che sono rimaste nascoste – se non dalla notte dei tempi certamente fino all’ultima generazione – sono oggi visibili sotto la luce accecante del giorno; e si tratta di cose che oscillano tra l’ovvio e lo scandaloso, l’eroico e lo sciocchino, il privato e il pubblico. La priorità impellente è di tracciare una linea – la linea che separa santi e peccatori, passatisti e futuristi – e nel contempo, confonderne altre: quella che distingue critici e creatori, programmatori e pensatori, accademici e intrattenitori. Diciamolo: un minimo di divertimento nelle fasi destruens e construens non può che fare bene a tutti quanti. Affrettiamoci, ordunque! Ci resta poco tempo; questo genere di cose non aspetta niente e nessuno. A chi si aspetta linearità, logica o un trattato accademico, strilliamo: Cercate altrove, poveri illusi. Questo documento è all’insegna della emme: mixa! macera! mescola! manifesta! E se vi state chiedendo chi sia il mittente di cotanto ardire, la risposta è al plurale. Siamo noi. Siamo voi. Il Manifesto dell’Umanistica Digitale 2.0 è stato preceduto da una versione 1.0 che ha suscitato un contraddittorio e una riscrittura (ci sarà una versione 3.0?).
Manuale di istruzioni/distruzione
1)
Niente lamentele, grazie
2)
Commentare, impegnarsi, replicare, diffondere
3)
Lanciare un’idea
4)
Unirsi alla causa
5) Proseguire
Umanistica digitale: Di cosa (non) si tratta (e perché è importante
L’Umanistica Digitale non è un ambito unificato, ma una serie di pratiche convergenti che esplorano un universo in cui: a) la stampa non rappresenta più il medium esclusivo o normativo nel quale la conoscenza viene prodotta o disseminata: piuttosto, la stampa viene assorbita in nuove configurazioni multimediali; b) gli strumenti, le tecniche e i media digitali hanno profondamente trasformato la produzione e la disseminazione della conoscenza in ambito artistico, umanistico e sociale. L’Umanistica Digitale si propone di svolgere un ruolo inaugurale rispetto a un mondo in cui le università non sono più gli unici produttori, dispensatori e disseminatori della conoscenza e della cultura. Al contrario esse sono chiamate: a plasmare modelli digitali di discorsi accademici per le nuove, emergenti sfere pubbliche della nostra era (il web, la blogosfera, le librerie digitali etc.); a definire i criteri di eccellenza e di innovazione in questi domini e a facilitare la formazione di reti di cultura nella produzione, scambio e disseminazione di conoscenza che sono, al tempo stesso, globali e locali.
Come tutte le rivoluzioni mediali, la prima ondata della rivoluzione digitale si è guardata alle spalle prima di procedere. Così come i primi codici rappresentavano una copia speculare delle pratiche oratorie, e la stampa emulava le pratiche della cultura dei manoscritti dell’Alto Medioevo e il cinema imitava le tecniche del teatro, analogamente, la prima ondata del digitale ha riproposto il mondo della comunicazione accademica che la stampa ha gradualmente codificato nel corso di cinque secoli: un mondo in cui la testualità svolgeva un ruolo primario e la cultura visuale e sonora era secondaria (e subordinata al sommo testo), pur svolgendo un ruolo cruciale nell’accelerazione della ricerca e del recupero di documenti, ampliando l’accesso alle informazioni e modificando così abitudini mentali. Ma i tempi sono cambiati. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di plasmare un futuro in cui le caratteristiche specifiche delle tecnologie digitali diventano il nucleo centrale delle discipline umanistiche. In questa cornice, la stampa viene assorbita in nuove modalità ibride di comunicazione. Per cortesia, evitiamo attacchi di panico.
In una prima fase, il modus operandi dell’Umanistica Digitale è stato di tipo quantitativo: inizialmente, ha sfruttato le capacità di ricerca e recupero delle informazioni offerte dal database, ha automatizzato il corpus linguistico, ha accumulato strati di hypercards in modalità critica. La seconda ondata è qualitativa, interpretativa, esperienziale, emotiva e generativa. Sfrutta le possibilità del digitale, mettendole a servizio della forza metodologica delle materie umanistiche: attenzione alla complessità, specificità mediale, contesto storico, profondità analitica, critica e interpretazione sono le sue caratteristiche chiave. Attenzione: la dicotomia sopra abbozzata non esclude il potenziale emotivo, persino sublime, della ricerca quantitativa così come non esclude le tracce di analisi quantitativa nei contesti di carattere qualitativo. Al contrario, ipotizza nuove giustapposizioni e inediti sodalizi resi possibili dai nuovi modelli di ricerca e dalla disponibilità di nuovi strumenti e tecnologie.
Interdisciplinarità/transdisciplinarità/multidisciplinarità sono parole vuote se non implicano reali trasformazioni a livello di linguaggio, pratica, metodo e creazione. Vuote o meno, questi termini gravidi di senso hanno comunque fatto da battistrada. Ma è arrivato il momento di modellare il futuro attraverso progetti che superino il mero chiacchiericcio auto-compiaciuto dell’erudizione fine a se stessa. Il digitale è l’ambito dell’open source, delle risorse aperte. Chiunque tenti di chiudere questo spazio deve essere riconosciuto per quello che è: un nemico. Il nucleo dell’Umanistica Digitale è utopico ed è figlio legittimo di un’evoluzione genealogica che affonda le sue radici ideologiche nella controcultura – e nelle curiose interrelazioni della cybercultura degli anni Sessanta e Settanta. Per questo motivo, essa afferma i valori dell’Aperto, dell’Infinito, dell’Espansivo, dell’Università/Museo/Archivio/Biblioteca senza pareti, la democratizzazione della cultura. Essa riconosce e afferma anche il merito della ricerca statistica (come l’analitica culturale) che travalica i confini tradizionali tra le materie umanistiche e le scienze sociali e naturali. Questo spiega anche perché – nell’ottica dell’Umanistica Digitale – il diritto d’autore e gli standard delle proprietà intellettuali debbano necessariamente essere liberati dalla morsa asfissiante del Capitale. E questo, beninteso, vale anche (soprattutto?) per il capitale degli eredi che sfruttano in modo parassitario i meriti dei loro predecessori ormai deceduti.
Memorandum (del guerrigliero)
debole = ignorare le ben intenzionate "voci della ragione" che ci
invitano i continuo a rispettare alla lettera le restrizioni di carattere
artistico o critico del fair use
(utilizzo leale, ndt) (al fine di proteggere le istituzioni universitarie da possibili
cause legali, a prescindere dalla loro improbabilità o infondatezza); adottare
interpretazioni vigorose del fair use
che affermano che, nella maggior parte dei casi, la ricerca accademica e la
pratica artistica:
a) sono sforzi senza fini di lucro i cui costi attuali eccedono i ritorni
reali o potenziali e
b) sono sforzi che, anziché diminuire il valore dell’IP o del copyright, espandono il loro valore.
medio = eludere o sovvertire tutte le "pretese" che si diramano dai diritti dei creatori a quelli dei possessori, i fotografi noleggiati dai "legittimi" proprietari, i luoghi di pubblicazione precedenti...
forte = piratare e pervertire tutte quelle opere modello Disney su scala così massiccia che i "legittimi" proprietari delle IP dovranno fare causa al vostro intero quartiere, scuola o nazione; praticare l’anarchia digitale mettendo in crisi in modo creativo la nozione stessa di copyright, creare mash–up mediali, tagliando–e–incollando immagini, canzoni e testi. L’Umanistica Digitale difende i diritti dei creatori di contenuti, che si tratti di autori, musicisti, programmatori, designer o artisti, di esercitare controllo sulle loro creazioni e di evitare riproduzioni non autorizzate; ma questo controllo non può compromettere la libertà di recuperare, manipolare, criticare e usare le opere di ingegno per fini di ricerca e insegnamento. La proprietà intellettuale deve aprire, non chiudere, l’intelletto e l’individuo.
Liberate Shepard Fairey!
AP sta per sPAventoso! Avete paura di perdere qualche centesimo! Ma non vi vergognate?
L’Umanistica Digitale presuppone la multi–direzionalità, multi-finalità e multi–funzionalità della conoscenza umanistica: nessun canale esclude l’altro. Il suo modello economico si fonda sull’abbondanza, non sulla penuria. Promuove la COPIA più dell’ORIGINALE. Restituisce al termine COPIA il suo valore originale: COPIA = COPIOSITÀ = LA GENEROSITÀ TRAVOLGENTE DELL’ERA DELL’INFORMAZIONE, anche in un’era difficile come questa, in cui la ricerca umanistica si trova, in ogni parte del mondo, sotto una durissima pressione istituzionale. Ma nessuno cerchi scuse: c’è, almeno in potenza, molto per tutti. Detto altrimenti: c’è un mare di roba da fare. Non perdiamo tempo.
Umanistica Digitale = Grande Umanistica = Umanistica Generativa
Laddove la rivoluzione dell’era del Dopoguerra ha prodotto la proliferazione di aree di conoscenza specializzate, nicchie e anfratti, con il conseguente emergere di linguaggi esclusivi e gerghi specializzati incomprensibili ai più, l’Umanistica Digitale promuove i valori dell’integrazione e delle pratiche generative: la costruzione di paesaggi culturali formati dalle mille tesserae della conoscenza umana. Non ci riferiamo all’emergere di una nuova cultura generale, di un Umanistica/umanismo di tipo rinascimentale o di una alfabetizzazione universale. Al contrario, l’Umanistica Digitale promuove la collaborazione e la creazione di cultura attraverso specifici domini di competenze. L’esperto è qui per restare, ma – non c’è alcuna ragione per cui il suo habitat naturale debba restare intrappolato tra le mura dell’accademia o nelle stanze dei think tanks – la richiesta crescente di specializzazione deve essere contro-bilanciata dalla costante pressione per il trasversale, il transdisciplinare, il pensiero creativo.
Umanistica Digitale = Co–Creazione. Per via della complessità dei progetti della Grande Umanistica, il lavoro di squadra, la co-operazione e l’intersezione di figure professionali specializzate all’interno dei team e standard di produzione che implicano forme di specializzazione sono diventate le caratteristiche fondanti della trasformazione digitale delle scienze umane. I progetti su vasta scala e i modelli distribuiti di ricerca rappresentano una delle caratteristiche trasformative dell’Umanistica Digitale.
Detto questo, c’è sicuramente spazio all’interno della Grande Umanistica per la reinvenzione della ricerca solitaria, "eccentrica" e persino ermetica, svolta da singoli illuminati tanto all’interno quanto all’esterno dell’accademia. La colonia di formiche e la Torre d’Avorio, la rete e il monastero sono entrambi luoghi potenziali di piacere, conoscenza e riconoscimento in un’economia fondata sull’abbondanza. Ma non possiamo più dare per scontato che la creazione e la disseminazione della conoscenza siano amministrate esclusivamente dall’Università. I modelli scientifici moderni di ricerca accademica hanno a lungo autocelebrato il loro rigore e la neutralità legata alla natura scorporata dell’informazione. Allo stesso tempo, questo mito di stampo illuministico ha a lungo battagliato con l’esteticizzazione della comunicazione accademica in modi che sono diventati propri dell’Umanistica, mettendole spesso in contrapposizione con le pratiche dominanti nelle scienze sociali e naturali. L’Umanistica Digitale non preclude nè impone nessuno stile. Piuttosto, li accoglie entrambi. Enfatizzando il design, la multimedialità e l’esperienziale, cerca di espandere la palette e il raggio della ricerca accademica. Per questo motivo, essa flirta allegramente con l’eresia dell’intrattenimento come ricerca e della ricerca come intrattenimento. Resiste in modo rispettoso alla nozione che la ricerca e la cultura si manifestino al di fuori del tempo, dello spazio e della fisicalità del corpo umano. È attivamente impegnata nell’opera di creazione di un pubblico – anche un pubblico di massa – per fini di apprendimento umanistico. Il processo – non il prodotto – è sacro. Tutto ciò che si mette in mezzo al perpetuo remix e mash-up della cultura si oppone alla rivoluzione digitale. L’Umanistica Digitale implica una cultura e un’erudizione iterativa, forme di collaborazione dinamiche e coordinate, nonché reti di ricerca. Onora la qualità dei risultati, ma anche le modalità attraverso le quali tali risultati vengono raggiunti sotto forma di pubblicazione di valore misurabile. Miniere d’oro di conoscenza che aspettano solo di essere scoperte sono rintracciabili nei processi e nelle pratiche. Oggi le universitas (intese come universi di conoscenza) sono diventate troppo vaste, stratificate e complesse per essere rinchiuse all’interno delle mura di una singola istituzione, anche di una vasta come l’università. Il mito (medioevale) della ricerca universale è stato, fin troppo a lungo, sconfessato dalla realtà delle aree di ricerca limitata a poche scelte, poche ere, pochi spazi. L’Umanistica Digitale abbraccia e promuove la natura espansa, globale delle comunità di ricerca attuali. Tale natura ‘esplosa’ rappresenta una delle più grandi opportunità disciplinari/post disciplinari della nostra epoca. Sogna modelli di produzione culturale e di riproduzione che attivano una natura distribuita della conoscenza e della specializzazione, trasformando questa realtà in occasioni di innovazione scolastica, di interazione cross-disciplinare e di democratizzazione della conoscenza.
Affrontare la sfida I. L’innovazione più importante del Web 2.0 è stata la creazione di un’utenza di massa distribuita e impegnata nella costruzione e disseminazione di conoscenza. Questo progetto, altrimenti noto come Wikipedia, ha cambiato le regole del gioco. Wikipedia non è sorta come un’università. Ma si sta evolvendo e diventando tale (cfr. Wikiversity). Wikipedia rappresenta un modello perché è più di un set di contenuti: rappresenta una forma di produzione di cultura globale, multilingua e pluri-editoriale che colleziona, crea e amministra l’informazione.
Affrontare la sfida II. Prendete Google, che vi piaccia o meno. Le sue origini sono rintracciabili alla Stanford University, ma il suo humus culturale-naturale è l’industria. Allo stesso tempo, la sua aspirazione di diventare una moderna Biblioteca di Alessandria o di un Oracolo di Delfi è tutt’altro che implausibile. "Organizzare l’informazione del mondo, renderla universalmente accessibile e utile" si legge nel progetto programmatico di Google. La homepage di Google è diventata il portale di accesso all’informazione (digitale) globale; Google Earth è diventato il mappamundi normativo nelle mani della comunità mondiale.
La nostra risposta?
Non solo interrogarci e interrogare l’impatto sociale e
culturale delle nuove tecnologie, ma dare vita alla creazione di nuove
tecnologie, metodologie e sistemi di informazione, così come praticare attività
di détournement,
re-invenzione e ridefinizione attraverso pratiche di ricerca fondate nelle Arti
e nelle Discipline Umanistiche: pratiche fondate a individuare il senso,
proporre un’interpretazione, comprendere la storia, la cultura e la
soggettività. La rivoluzione non consiste nel trasformare studenti letterati in
ingegneri e programmatori. Piuttosto, si tratta di:
-
espandere il raggio d’azione e qualità della conoscenza nelle scienze umane
-
espandere la forza e l’impatto della conoscenza nelle discipline umanistiche
- stimolare la pianificazione e sviluppo di processi che diano vita a modelli, generi e iterazioni più ricchi e multidirezionali di ricerca, comunicazione e pratica
La risposta dei tradizionalisti?
-
accettare passivamente gli strumenti discesi dall’Olimpo tecnologico?
Commiserare il declino dell’Occidente? Continuare a fare quello che si è sempre
fatto fino all’estinzione? Celebrare la propria estinzione e inutilità dal
trono di una cattedra e di un baronato modello Stanley Fish (opinionista
passatista e lamentoso del New York Times,
ndt)? Rimettere indietro gli orologi con la speranza di fermare il progresso?
- una
riconfigurazione delle relazioni gerarchiche tra maestri e discepoli
- una
ridefinizione dei ruoli del professore e dello studente, dell’esperto e del
non-esperto, dell’accademico e della comunità
- nuove
triangolazioni delle pratiche artistiche, commento/critica e diffusione,
fondando la ricerca accademica, la pedagogia, la pubblicazione e la pratica
Fare teoria, fare pratica
Il nostro emblema è la fotografia digitale di un martello (simbolo del fare manuale) sovrimpressa a una pagina ripiegata (che richiama la nozione di tridimensionalità). Secoli di cultura verbocentrica e il primato culturale della stampa hanno creato un contesto sociale che ha normalizzato la stampa, elevandola a canone, consacrandola come forma di accesso privilegiato alla conoscenza. A scanso di equivoci, ci teniamo a precisare che non proponiamo l’abolizione dei libri; al contrario, crediamo in un modello neo- o post-stampa in cui la parola scritta è solo una delle possibili pratiche mediali e delle forme di conoscenza a nostra disposizione. La stampa, insieme all’architettura e al design, partecipa a processi di comunicazione, formulazione e disseminazione delle informazioni. Viviamo in un momento particolarmente emozionante della nostra storia, segnato dall’esplosione di nuove interfacce di accesso alla cultura. In questo ambito, la conoscenza è importante tanto quanto le pratiche della scrittura, della curatela e del coordinamento.
La dicotomia tra il dominio del manuale (il fare) e quello della mente (il pensare) è, da sempre, falsa e ingannevole. Oggi, gli annosi dibattiti sulla divaricazione tra teoria e prassi non hanno più senso. La conoscenza assume molteplici forme: abita gli interstizi e le interconnessioni tra le parole, i suoni, le mappe, i diagrammi, le installazioni, gli ambienti, gli archivi, le tabelle e gli oggetti. La produzione materiale, il digital design, la scrittura di una prosa elegante ed efficace, la giustapposizione di immagini, il montaggio di movimenti, l’orchestrazione del suono: sono tutti esempi del fare.
Non dobbiamo dimenticare che le materie umanistiche moderne sono state profondamente ridisegnate dal medium della stampa, sebbene le loro radici siano rintracciabili nell’oratoria e nella retorica. Oggi esse stanno attraversando una radicale ridefinizione: tale trasformazione è stimolata dall’uso delle tecnologie emergenti, con le loro convenzioni, protocolli e potenzialità. Cosa significa studiare “letteratura” o “storia” quando la stampa non è il più il medium normativo nel quale gli artefatti letterari e storici vengono prodotti e analizzati)? Cosa significa “pensare” quando il pensiero è scorporato dalla sua esclusiva dipendenza dal linguaggio e dalla testualità? Cosa significa tutto questo, per la conoscenza e la cultura umanistica?
Da dove provengono le materie umanistiche?
A quali bisogni rispondono?
In cosa consiste il loro potere esplicativo?
Quali sono le dinamiche attraverso le quali le loro
pratiche, strategie epistemologiche, dinamiche creative, forme mediali e
parametri qualitativi vengono in qualche modo ‘normalizzati’?
La curatela come pratica accademica ‘aumentata’
Per gli Umanistici Digitali, la curatela rappresenta la
caratteristica cruciale del futuro delle discipline umanistiche. Laddove
l’università moderna ha scorporato la pura ricerca dalla pratica della curatela,
subordinando la seconda a un ruolo secondario, ancillare, ostracizzando i
curatori dalle sacre aule dell’accademia per relegarli nei musei, negli archivi
e nelle biblioteche, la rivoluzione dell’Umanistica Digitale promuove una
trasformazione radicale del panorama della ricerca e dell’insegnamento. Essa
propone una sovrapposizione tra il ruolo dell’accademico e del curatore e, così
facendo, stimola la pratica accademica attraverso un’espansione del raggio di
possibilità ed applicazioni, rinnovando la missione pedagogica del ricercatore
all’interno dei musei, delle biblioteche e degli archivi.
Per questo motivo, ci rivolgiamo...
-
al
movimento open source, ai discepoli
di Wikipedia, ai bibliotecari e agli archivisti che hanno compreso il
potenziale trasformativo del digitale ben prima che la comunità accademica si
risvegliasse dal suo torpore secolare...
-
Alle
pratiche artistiche che s’interfacciano con le nuove pedagogie e nuove forme di
ricerca accademica...
-
Alle pratiche
di estraneamento (digitale) e alle strane attrazioni (digitali): l’uso di
strumenti di analisi e architetture di informazioni che appartengono
all’attuale per lo studio del passato remoto...
-
Alle derives
creative: forme accademiche di steampunk, interazioni tra la storia macro
e micro-culturale, il quantitativo e il qualitativo...
-
Archivi dall’architettura aperta che sono
costruite dalle comunità di praticanti e utenti...
-
Alle
licenze Creative Commons...
-
Ai
legislatori e leader politici che posseggono il coraggio e la visione
necessarie per bloccare sul nascere le pretese assurde dei detentori del
copyright...
- Ad istituzioni come il Brooklyn Museum che hanno liberato le loro collezioni al pubblico e ai visitatori virtuali, in modo tale che possano liberamente utilizzare le immagini e le informazioni...
Ma ci rivolgiamo anche...
-
Ai riduzionisti: che riducono l’Umanistica
Digitale al puro determinismo tecnologico (“è solo uno strumento...”, “è solo
un archivio...”; “è solo pedagogia...”), alla mentalità luddita di chi è
convinto di conoscere la cultura digitale solo perchè ha spedito un email, ma
non ha mai programmato, costruito applicazioni, creato un database o progettato
un’interfaccia utente. I riduzionisti – che oggi controllano la maggior parte
delle università – sono mono-mediali, conoscono solo la parola scritta e la
stampa e aborriscono tutto quello che non hanno voglia di comprendere.
-
Ai falsi viaggiatori: tutti coloro che
sventolano la bandiera del cambiamento solo nella misura in cui il nuovo
diventa uno strumento per realizzare i propri interessi. La vera dicotomia non
è tra continuità vs. cambiamento, ma tra onestà vs. ipocrisia.
-
A tutti
quelli che equiparano gli strumenti del presente ignorando le continuità
storiche nel nome del presentismo, della moda e del vocazionalismo.
-
A tutti i
trafficanti in Proprietà Intellettuali Agli uffici legali delle università per
le quali il Fair Use significa in
realtà No Use.
-
Agli archivi, musei, biblioteche e aziende che limitano l’accesso alle
informazioni usando la scusa di “limitare le spese” e “ridurre i costi”
- Ai Stephen James Joyce che limitano l’accesso agli archivi dei loro precedessori nel nome della“corretta/interpretazione”
- Ai legislatori statunitensi e ai parlamentari europei che, con i portafogli pieni di “donazioni” della Disney e compagni di merenda continuano ad estendere il diritto d’autore ben oltre l’accettabile.
La finitudine delle discipline (e il lavoro infinito
dell’Umanistica)
Le discipline e la tradizione accademica possono fornirci
criteri qualitativi, parametri di profondità ed esempi di rigore. Ma possono
anche imporre protocolli aberranti, privilegi clericali, censura intellettuale,
politiche feudali. La domanda che ci poniamo è:
i dipartimenti tradizionali forniscono metodi adeguati per salvaguardare
le discipline umanistiche nella società contemporanea? In caso affermativo, per
quale motivo non si sono evolute? Perché difendere le strutture disciplinari
che sono emerse in epoca moderna, nel diciannovesimo secolo, quando persino le
basi intellettuali che le sostenevano sono venute meno?
Alcune possibili risposte (ce ne sono molte di più)
-
Il potere
della tradizione
-
Il
conservazionismo cognitivo
-
La
nostalgia e il comfort
-
L’inerzia
istituzionale
-
I sistemi
di promozione dei docenti
-
Le lobbies
e le strutture burocratiche
-
Il sistema
di classe
Le discipline
umanistiche consacrate dall’Università moderna hanno plasmato vite, insegnato
competenze critiche, offerto indicazioni morali ed etiche per comprendere le
più differenti esperienze umane, offerto piacere e soddisfazioni, ispirato atti
di generosità ed eroismo. L’Umanistica Digitale non ambisce a cancellare il
passato e i valori della precedente generazione, ma invita a ripensarli e
reinterpretarli in un’era in cui il rapporto con l’informazione, la conoscenza
e l’eredità culturale sta cambiando radicalmente, grazie alla migrazione
dell’eredità culturale stessa da formati analogici a digitali. Il lavoro svolto
dalle scienze umane rimane criticamente
necessario in questo contesto. Ma non può essere svolto, o per lo meno, non
può essere svolto in modo adeguato o interessante, se continueremo ad
utilizzare le metodologie del passato, privilegiando l’isolamento, la
contrapposizione, la segretezza, la clausura in silos intellettuali, mono-disciplinari,
attraverso ermetici giochi di parole comprensibili a pochi adepti, indifferenti
alle rivoluzioni mediali che stanno investendo la nostra cultura nel suo
complesso.
Dipartimento di Studio di Cultura della Stampa: questo dipartimento si propone
di studiare la materialità dei testi stampati, costruzioni di autorità, forme
linguistiche, storie del libro, pubblicazione e sistemi di distribuzione;
antecedenti e discendenti della stampa, così come le relazioni e le tensioni
tra la cultura della stampa e quella digitale. I suoi “capolavori” non saranno
più semplicemente autoriali, ma prenderanno in considerazione anche il lavoro
degli stampatori, dei tipografi e degli illustratori che hanno trasformato gli
standard e le prassi.
Colloquium sulla Mappatura Culturale: L’obiettivo di questo colloquium è di esaminare la
giuntura spazio/temporale, l’informazione e la cultura. Collega analisi
geografiche e metodologie storiografiche, analisi visuali e la presentazione di
visualizzazioni, infographics e mappe. Esamina inoltre l’impatto sociale e
culturale delle discipline di cartografia digitale e l’importanza delle
tecnologie di mappatura per la comprensione di fenomeni complessi.
Oltre l’Umanistica Digitale
Sventoliamo la bandiera dell’Umanistica Digitale per
ragioni tattiche, ragioni che potremmo definire “essenzialismo strategico”, pur
essendo perfettamente consapevoli che questi due termini siano in grado di
restituire perfettamente la radicalità delle trasformazioni in atto nella
nostra società e che questo documento ha cercato di descrivere. Allo stesso
tempo, siamo altrettanto consci del fatto che senza scegliere un nome, il
dominio transdisciplinare che va emergendo rischia di finire vittima degli attacchi
dei critici, un pò come cubismo è ricordato oggi come l’etichetta associata
agli esperimenti pittorici di Picasso, Braque e Gris.
L'espressione “Umanistica Digitale” ha un valore d’uso nel
momento in cui può servire come termine ombrello sotto il quale un certo numero
di individui e di progetti possono plasmare e rinvigorire le pratiche relative
all’arte contemporanea e alle pratiche umanistiche, nonchè espandere i loro
confini. Ha valore d’uso nel momento in cui si sottolineano gli spigoli
semantici: l’angolo dove il digitale finisce per essere contaminato da dita
sporche, ovvero, nel momento in cui il digitale si interseca effettivamente
alla tattilità, riducendo il divario (illusorio) tra il fisico e il virtuale;
l’angolo in cui il termine “umanistica” suggerisce una proliferazione
dell’umano o dell’umanità stessa come valore che può (ri)plasmare l’uso e lo
sviluppo stesso degli strumenti digitali.
Rigettiamo inoltre questa espressione nella misura in cui suggerisce che le discipline umanistiche sono modificate dal digitale, come se il digitale fosse una forza esogena, che s’insinua dall’esterno costringendo le materie umanistiche a seguirlo. Al contrario, la nostra visione prevede una funzione e una frizione tra l’Umanistica e il Digitale, un nuovo scenario nel quale lo sviluppo e l’utilizzo delle tecnologie – nonchè le questioni legate alla ricerca accademica ed artistica – si fondono e confondono.
Il vostro compito è di trovare un’espressione migliore
della nostra.
A quel punto, rinomineremo il manifesto.
Ora basta parlare: è venuto il momento di sporcarsi le mani.
IL NOSTRO MOTTO DA SEMPRE E': "CI SPORCHIAMO LE MANI NELLA BELLEZZA"!
FABBRICA ARTE sottoscrive il manifesto e si complimenta con voi per questa grande voce nel deserto!
dnaferrari
luca traini
andrea ferrari
Posted by: debora norma anna ferrari | 09/14/2009 at 05:05 AM
Re: (prima riga di Un manifesto sui manifesti) "Il suo manus è insieme una richiesta e una respinta."
Mi piacerebbe di più "richiamo" al posto di "richiesta".
Luigi
Posted by: Luigi Bertuzzi | 09/19/2009 at 06:24 AM
molto marinettiano, futurismo 2.0?
Posted by: Edoardo Salza | 06/26/2010 at 01:49 PM