Mentro leggo Palpebre in un cafe' di Bodega Bay, California, nella mia mente si aprono link iper-testuali a ripetizione, come pop-up impazziti dei siti pornografici, una valanga di immagini sempre piu' estreme e deliranti. Leggo una riga e si apre Hostel di Eli Roth. Ne leggo un'altra e si materializza Martyrs di Pascal Laugier. E tornano in mente le parole di Lucarelli e Baldini... E tornano in mente i fumetti Splatter (ACME) della mia adolescenza, ma con un innesto di Stelarc che li rende ancora piu' perturbanti. Le allucinazioni di Argento, gli occhi delle sue eroine spalancati a forza che sanguinano copiosamente...
Il pensiero analogico, tuttavia, e' sempre deficitario. Illumina, ma allo stesso tempo oscura. Chiarisce e confonde, distoglie e depista. Il romanzo di Canova presenta caratteristiche uniche, caratteristiche che ti aspetti e che non ti aspetti da uno scrittore che e' anche un teorico, curatore, giornalista, critico, professore... Che e' anche (soprattutto) una figura carismatica innamorato delle donne - dell'idea della donna - che e' anche un uomo di quello stesso spettacolo che condanna apertamente. In America lo definirebbero un Renaissance man. Ne consegue che leggere Palpebre significa imbattersi nelle molteplici sfaccettature canoviane, declinate in modi che ti aspetti e che non ti aspetti.
Per cominciare, questo uomo del Rinascimento racconta il Medioevo. Passato, presente, prossimo venturo. Palpebre e' un trattato sull'Italia contemporanea mascherato da thriller. C'e' quel gusto per il grottesco e il deforme del primo, insuperabile Cronenberg, ma anche del Browning di Freaks. C'e' la passione sfrenata per le materie umanistiche - arte, letteratura e storia - che non trovi nella letteratura americana, se non nella forma diluita e annacquata dei romanzi da aereoporto (Dan Brown docet). Canova ci ricorda che per capire il presente occorre (ri)conoscere il passato - che le decapitazioni mediali dei terroristi post-moderni, si comprendono solo guardandosi alle spalle. Le nostre. Che per capire Al-Qaeda devi conoscere Giotto. Che per capire il Rwanda, devi conoscere Hailu Chebbede', come direbbe il suo alter-ego Simmel:
"Certo. Ma se loro sono barbari, e lo sono, noi non siamo da meno. E il problema, quindi, non e' lo scontro di civilta'. Avevo proposto al direttore di fare un servizio "storico", ricordando per esempio come nella Roma papalina le teste mzozate dei criminali venissero esposte in via Condotti come monito per tutta la popolazione. Oppure di ricordare i massacri compiuti dai soldati italiani in Eritrea nel 1937: secono le stime della Societa' delle Nazione, tra i quattromila e i seimila civili massacrati in pochi mesi, torturati nel modo piu' feroce, con numerosi episodi di decapitazione simbolico-pedagogica. Quella di Hailu' Chebbede', capo della resistenza etiopica, fu solo una tra le tante." ( pp. 25-26)
Canova descrive una societa' malata e corrotta, una societa' orgogliosa della propria corruzione e putrefazione. La Milano di oggi - capitale a/morale di un'Italia ormai giunta al capolinea - e' espressione di un male profondo, in cui la legalita' non e' che una semplice illusione gestita da un sistema di potere giudiziario, accademico, religioso e giornalistico, dietro al quale si muovono forze assai piu' potenti. Una citta' e un paese in cui tutti sanno il prezzo di ogni cosa, ma nessuno il suo valore, per dirla con Oscar Wilde. Una citta' e un paese in cui sono tutti perennemente incazzati e spaventati: in Palpebre, ogni commento della "gente normale" ha un che di minaccioso e nichilista. Una citta' e un paese in cui tutti sono alla ricerca di un capro espiatorio da macellare, fucilare, giustiziare, dare in pasto ai leoni.
"Ma c'e' stata anche una rapina? insistette il barista. "Perche' se cosi' fosse c'e 'da scommettere che c'entrano quegli sporchi slavi che girano da 'ste parti, smerciano droga e portano via il lavoro ai nostri figli" (p. 155)
"Se beccano i colpevoli dovrebbero fucilarli sul posto", [il benzinaio] aggiunse con l'aria rassegnata di chi si vedeva svanire una possibilita' di conversazione" (p. 219)
Milano e l'Italia di oggi sono l'inferno dantesco, un incubo darwiniano in cui sopravvive solo il piu' scaltro e il piu' perfido. Un'Italia che ha insegnato le regole del gioco al resto del mondo, specie ai temuti extracomunitari dell'Est. A un certo punto, l'ucraina Lubjia dice:
"Mi sta chiedendo perche' faccio tutto questo? Perche' cerco anch'io di sopravvivere. A qualunque costo. E' il vostro sistema di vita che me l'ha insegnato. Conta solo questo, e non c'e' altro. C'e' l'inferno qui. E sto anch'io cercando di non bruciarci viva" (pp.163-164).
La Milano che Canova ama - in forma vicaria, per mezzo del suo alter ego trentenne, Giovanni Vigo - e' la stessa Milano che amo anch'io: quella svuotata dai suoi abitanti, i veri mostri che la attraversano quotidianamente (i pubblicitari, i marchettari, i televisionari, gli universitari, i giornalistari, i modaioli...Noi). Una Milano post-apocalittica, modello Ai Confini della realta', che esiste solo in quache sprazzo notturno o nei giorni senza tempo di agosto:
"Milano, forse, la puoi amare solo cosi', ridotta alla sua consistenza - per cosi' dire - minerale. Senza nessuno in giro per le strade, senza il traffico nevrotico delle ore diurne. Con il suo odore inconfondibile di asfalto e di cemento e di smog penetrati fin nelle pietre, e nei muri e nei marciapiedi delle strade." (p. 220)
A Claudia Cremaschi di Wuz che gli domanda perche' ha ambientato la vicenda a Milano, Canova risponde:
"Amo e odio Milano. Non potrei vivere in nessun altro posto. Mi considero un corrotto individuo metropolitano, amo lo smog, il cemento, il traffico. Milano è stato lo scenario di tutto ciò che di importante nel bene e nel male mi è accaduto, ha segnato la mia vita e credo che sia l’unica città capace di tollerare una storia come quella narrata nel mio romanzo. Volevo imprimere una percezione della vita anzitutto metropolitana. Forse Palermo avrebbe potuto essere un'antagonista nella mia scelta, per quel suo senso drammatico e barocco." (Gianni Canova, Wuz, 7 gennaio 2010)
I giudizi canoviani nei confronti dei media, moderna gogna, sono goduriosamente caustici e corrosivi . Il nostro affida ancora una volta ai pensieri del protagonista Vigo il suo giudizio sulla vera funzione psicopatologica della macchina mediale:
"Non avevo mai avuto, prima di quei giorni, una percezione cosi' netta di come il ruolo dei media fosse ormai soprattutto quello di offrire una valvola di scarico alle frustrazioni individuali e collettive." (p. 186)
Anche il giornalista Simmel, "cronista di nera [...] uno dei piu' bravi sulla piazza" voce di Radio Popolare e una delle pochissime figure "positive" di una storia butale - riconosce e partecipa a questo gioco al massacro. Al Vigo che si complimenta con lui dopo un dibattito radiofonico con i lupi famelici della Lega, Simmel risponde scocciato:
"Vigo, non mi fare l'ingenuo anche tu. Ho semplicemente fatto a Salvini e alla Santanche' quello che loro fanno agli stranieri e agli extracomunitari. Ho provato a farne dei mostri, per dare ai nostri qualcuno da odiare..." (p. 67).
Il Simmel/Canova e' post-moderno, post-mediale, e soprattutto post-coitale:
"Cio' che lei chiama realta', replico' Simmel, ormai lanciatissimo, "non e' che un artefatto, una proiezione mentale. E' un territorio virtuale in cui i dati oggettivi - ormai lo sappiamo tutti - contano sempre meno di quelli percepiti, immaginati e fantasmatizzati" (p. 61)
Altrettanto godibile e' l'attacco a quell'establishment accademico italiano che si crogiola in un deliberato anacronismo intellettuale, forte del supporto di un'indistruttibile struttura politica e culturale, una struttura auto-perpetuante e in costante mutazione, come la cosa carpenteriana. Un'establishment visibile & invisibile che sopprime sistematicamente il pensiero alternativo - se non il pensiero tout court. L'emerito professor Rattazzi e il suo turgido papillion - ah, cosi' familiare - esprimono benissimo la forza repressiva del potere accademico, espresso dai fondamentalisti e dagli integralisti della cattedra a vita. Come l'Inquisizione, la Torre d'Avorio invoca la necessita' della censura preventiva di ogni pensiero che minacci lo status quo. Una strategia atta a consolidare e mantenere il potere delle gerarchie esistenti e della "purezza" etica, estetica, ideologica delle elite:
"E invece e' qui che si sbaglia, dottor Vespa. Il vero crimine sono le idee. Certe idee. Sempre e solo le idee. Gli atti vengono dopo, ma sono solo un accidente. Possono esserci o non esserci. Certo e' che quando ci sono, quando arrivano, e' perche' a monto ci sono idee che li hanno legittimati, predisposti, preparati... Sono le idee che vanno combattute e punite. Dante l'aveva capito fin troppo bene. Vigo non sarebbe stato d'accordo, ma la Divina Commedia e' un monumento a quello che io chiamo la "punizione preventiva". E' ovvio che chi pensa in un certo modo possa poi arrivare anche ad agire in un certo modo. Bisogna fermarlo prima..." (p. 177)
Mi fermo qui per evitare una completa trascrizione del romanzo - non e' mio obiettivo disegnare una mappa grande quanto il territorio. E poi gli itinerari possibili sono troppi per poter essere riassunti in questa sede.
In chiusura, un suggerimento: leggete Palpebre ad occhi chiusi.
Buona visione.
Link: Palpebre di Gianni Canova
Link: Palpebre, il sito ufficiale
Link: Palpebre, i teasers
Link: Wuz, intervista a Canova
Extra: I romanzi nel romanzo: Giorgio Scerbanenco
Palpebre e', tra le tante cose, una lettera d'amore a Scerbanenco (e a tre delle sue opere in particolare), come si evince anche dai credits. Canova affida a una "straniera", Ljuba, il compito di omaggiare il grande scrittore. Lo riporto di seguito:
"Scerbanenco e' l'unico scrittore in lingua italiana che abbia capito e raccontato la violenza del processo di modernizzazione che ha caratterizzato il vostro paese negli anni Sessanta. L'unico. Solo che era ucraino, come me, e per voi italiani e' come se non esistesse [...] Mi limito a constatare che per capire qualcosa del vostro paese voi italiani spesso avete avuto bisogno di uno sguardo venuto da da fuori. Goethe, Stendhal, in tempi recenti Scerbanenco. Come se voi, impegnati a riflettere sui destini ultimi dell'universo, non foste capace di raccontare come cambia il vostro paese, e come cambiate voi con lui..." (p. 179).
A questo proposito, in conversazione con Sandro Pate', Canova ha scritto
Link: Venere privata"Mi sono laureato con una tesi su Scerbanenco e il giallo italiano. Allora la narrativa di genere era ancora un tabù, la chiamavano "paraletteratura", e ricordo che alcuni dei professori membri della mia commissione di tesi mi guardavano un po' schifati mentre parlavo di romanzi come "Venere privata". Scerbanenco rappresenta la modernità letteraria nel nostro paese molto meglio di tanti altri autori più noti e blasonati di lui. Mi piace anche il brutalismo della sua scrittura e la velocità con cui produceva storie. Davvero a getto continuo" (Gianni Canova, 1 febbraio 2010)
Link: Traditori di tutti
Link: I milanesi ammazzano al sabato
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